Violenza sulle donne. La storia di “Rita”, scappata per paura di morire

Michele Ferraro

Cronaca

Violenza sulle donne. La storia di “Rita”, scappata per paura di morire
Una giovane madre madonita che si è salvata grazie all’attenzione dei genitori

Violenza sulle donne. La storia di “Rita”, scappata per paura di morire

18 Gennaio 2016 - 00:00

Una storia che andava raccontata ieri, forse. O forse no!

Una storia che non ha un giorno, una data per essere ricordata. Una storia senza tempo. Attuale! Oggi come ieri.

Una storia che tenevamo nel cassetto della nostra redazione da qualche tempo e che abbiamo avuto la tentazione di tirar fuori ieri, di buon mattino, per goderci il nostro scoop.

E domani? Ci siamo chiesti, chi ne parlerà? Chi parlerà delle cento, mille “Rita”, chiamate a combattere contro la violenza, ogni giorno.

Così, abbiamo lasciato nel cassetto la nostra storia e la riprendiamo oggi, il “giorno dopo”.

E’ una storia molto vicina a tutti noi. Una storia che nasce e si sviluppa nelle Madonie e che ha costretto una nostra giovane conterranea a dover fare i bagagli per scappare via dalla cieca violenza di un uomo piccolo piccolo.

Rita ha sopportato per anni gli abusi di quell’uomo che amava, ma che presto ha svelato la sua effimera essenza, sfogando nella violenza le sue debolezze.

Ha cercato di sopportare Rita. Ha cercato di cambiarlo, ma non c’è stato nulla da fare. All’indomani dell’ennesimo episodio, dell’ennesima violenta sfuriata consumata lì, fra le mura domestica, in quel tempio di fiducia e sicurezza che dovrebbe essere la casa, ha deciso di scappare.

Direzione Nord, Bolzano. E proprio lì, dall’Alto Adige, è possibile riprendere il filo di una storia che ci conduce a ritroso dentro l’incubo vissuto da Rita.

Una mattina una ragazza entra nella caserma dei carabinieri di un piccolo centro della provincia altoatesina, si siede di fronte al maresciallo e racconta la sua storia. La storia di una madre ancora nel fiore degli anni, scappata dalla Sicilia con il figlio, per sfuggire alla furia del marito.

Dal racconto verbalizzato in caserma emerge una lunga odissea fatta di violenze fisiche e psicologiche culminate nell’ultimo, incredibile episodio: il marito, anche lui trasferitosi in Alto Adige per non dare pace alla povera Rita, le dà la caccia, la insegue, si aggira continuamente intorno alla piccola casa in affitto. Poi, quando riesce a trovarla, di buon mattino mentre si sta recando a lavoro, parte l’inseguimento con la macchina.

Rita se ne accorge, cerca di accelerare, di scappare. Sa cosa l’attende e ne ha una tremenda paura. L’ex marito non si dà per vinto, accelera, raggiunge Rita e con la sua jeep sperona una, due, tre volte l’utilitaria, fin quando non la caccia fuori strada.

Il referto medico che il 12 ottobre del 2012 “Rita” mostra al maresciallo della piccola caserma dei carabinieri è tremendo: sterno rotto e fratture multiple e scomposte in quasi tutto il costato. Dei lividi, anch’essi riportati in referto, il buon maresciallo si era già accorto nel momento in cui la giovane donna era entrata nel suo ufficio. Ancora viva, per fortuna, grazie al provvidenziale intervento di un passante, riuscito a strapparla con fatica alla cieca violenza di un uomo senza umanità.

Dopo la denuncia, finalmente il ritorno a casa, nelle Madonie, dove ad attenderla c’è il calore di una famiglia. Una famiglia vera.

Questa vicenda la raccontiamo oggi perché il femminicidio non è solo una storia che si racconta in tv ogni 25 di novembre. E’ un incubo quotidiano di migliaia di donne a noi molto più vicine di quanto possiamo pensare.

 

(la giovane madre in realtà non si chiama Rita. Abbiamo utilizzato un nome di fantasia per tutelarne la privacy)

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