Editoriale

Don Giorgio, un sacerdote moderno

In settimana è scomparso il sacerdote gangitano Don Giorigo Balsamello, pubblichiamo qui di seguito il ricordo di Roberto Quattrocchi  

 

Un paese è la sua storia, le sue vicende narrano degli uomini che quella storia l’hanno costruita. Cosi per ricordare Don Giorgio Balsamello bisogna andare oltre la sua parrocchia, al di là del suo stesso ministero, perché questo sacerdote ha segnato la storia di Gangi. A quanti non lo hanno conosciuto potrei offrire un racconto fatto di numeri, 67 di sacerdozio, 90 di età, 30 di insegnamento…ma i numeri si sa, fanno effetto e poi svaniscono.

Per raccontare il presbitero bisogna parlare dell’uomo. Si, don Giorgio si consegna alla memoria di migliaia di persone perché ha saputo essere uomo, ancor prima che cattolico e ministro di Dio. Ha cercato l’altro come persona, ancor prima che come fratello nella fede. Nel suo ministero ha svelato la pienezza di un’umanità senza la quale nulla potrebbe dirsi di ciò che è stato. Eccolo quindi uomo di grande cultura, appassionato di arte e attento all’attualità, cittadino con una grande passione civile. Lo dimostra il suo impegno perché Gangi (e le Madonie) potessero avere i locali che meritavano per accogliere gli studenti delle superiori. È stato insegnate di numerose generazioni, ma non gli interessava il nozionismo del catechismo o i dogmi, voleva incontrare i suoi studenti, ascoltarli per farli sentire attesi e importanti. Ordinato prima del Concilio ha visto cambiare la storia della Chiesa mentre ha costruito la sua Parrocchia, quella del Santissimo Salvatore che ha servito per tutta la vita. Indomito, finché la salute glielo ha permesso.

Saliva e scendeva i tanti scalini di Via Madrice, di buon mattino già in chiesa per rientrare a sera inoltrata. Sulla via del suo andare e venire non mancava mai una sosta in Chiesa Madre perché Don Giorgio è stato interprete di quella trazione per cui la cristianità di Gangi passa “pa Chisi”. Ho avuto modo di conoscerlo ma in questi giorni ho cercato di mettermi in ascolto e l’idea che mi sono fatto è che sia stato un sacerdote moderno. Ha saputo interpreatre i segni dei tempi e aprirsi ai cambiamenti senza subirli ma per servirli, senza restare all’angolo ma facendosi sempre compagno di viaggio. Ecco così le tante realtà della sua parrocchia; il gruppo famiglie, l’azione cattolica, i campi scuola, il rinnovamento dello spirito e le associazioni cresciute sotto la sua sapiente guida. È stato un sacerdote poliedrico, che ha aperto le porte della sua Chiesa a ogni sollecitazione, per tutto e tutti c’è stato spazio. Non ha temuto l’avanzata del nuovo ma l’ha interprato e guidato nella fedeltà alla Parola.

Persona di rara lungimiranza ben prima che i tempi fossero maturi parlava già del suo successore. Un giorno mi invito a visitare la canonica che aveva preparato per quel sacerdote che sarebbe arrivato; era già pronto alla sua stessa successione ben sapendo che fino alla fine avrebbe continuato a servire la sua Chiesa, al di là dei titoli. Don Giorgio è stato protagonista di tutta la storia della nostra cristianità: non mancava mai alla processione dello Spirito Santo come all’ottava del Corpus Domini. Il rinnovamento conciliare l’ha realizzato con la donazione totale di se, non ha avuto bisogni di proclami o di qualcuno che ne tessesse le lodi.

In questi ultimi anni ha assistito ai cambiamenti (o almeno cosi li hanno presentati) che hanno interessato la comunità cattolica di Gangi. Mi ha ferito non vederlo più partecipare a importanti liturgie che si svolgevano al di fuori della sua parrocchia. Un giorno, durante un funerale, mi accorsi che era seduto all’ultima fila di una chiesa di Gangi. Lui, che per decenni aveva animato le liturgie esequiali di tutta Gangi, seduto all’ultima fila. Mi avvicinai e chiesi il perché…mi sorrise e abbasso lo sguardo. Tanta amarezza e un silenzio che mi seppe di mortificazione. Si sentiva straniero in chiese che per anni l’avevano accolto con amicizia. C’è stato un rinnovamento che non gli ha usato il rispetto che avrebbe meritato. Da uomo di Dio ha risposto con mitezza, facendosi di lato.

Voglio chiudere con un flash. Durante la notte cui la comunità l’ha vegliato nella sua Chiesa un gruppo di sette giovani si avvicina al suo feretro. Questi ragazzi non sono neppure ventenni, si abbracciano tra di loro e formano un semi cerchio attorno alla bara. Rimangono per lunghi minuti abbracciati e in silenzio, con gli occhi rivolti verso il loro Padre. Con quell’abbraccio collettivo lo hanno stretto eternamente a loro. Se uno muore a 90 anni ed è riuscito a seminare anche in dei giovanissimi ragazzi del terzo millennio è stato davvero un chicco che ha portato molto frutto.

Ci protegga dal cielo e ci aiuti a essere moderni, secondo il suo esempio.

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