Mario Bellomo, l’uomo che “resuscita” il metallo

Marianna Lo Pizzo

Cronaca - Meccaniche creative

Mario Bellomo, l’uomo che “resuscita” il metallo
L’ispirazione dell’artista: “Mi sveglio e vedo le montagne. Basta questo”.

Mario Bellomo, l’uomo che “resuscita” il metallo

27 Gennaio 2021 - 12:46

“Ogni mattina, quando mi sveglio, attorno a me vedo le montagne. Basta questo per accendere la mia fantasia”. La semplicità con cui Mario Bellomo dice queste parole è spiazzante. Aiuto chef, da mesi fermo a causa del Covid, non una parola incrinata nel suo racconto. Vivere in campagna circondato dalle sue sculture, una scelta che parte da lontano e che oggi si fa rivelatrice di un modo di stare al mondo “fortunato”. Le sue parole sono di profonda consapevolezza di quello che può essere un ragazzo di trentasei anni che ha scelto di rimanere nel luogo di nascita, a Castellana Sicula, sulle Madonie, e di avere grandi possibilità e non infiniti limiti derivanti da questa scelta.

Ricorda Chris McCandless, il ragazzo che lasciò la sua vita di privilegi per vivere nella natura, ispirando così una vasta letteratura sul suo personaggio. Di questo figlio delle Madonie si conosce poco, un eremita contemporaneo che con oggetti di scarto meccanici, realizza sculture. Mario Bellomo ha un passato anche da panettiere e in quel passato probabilmente si nasconde il rito della creazione.

Ogni materiale meccanico che trova, per caso o anche in officine e  non più utile allo scopo per cui era stato generato, con Mario riprende vita e forma,  le opere raggiungono anche dimensioni imponenti. Cervi, cavalli, e anche oggetti inanimati come una locomotiva, tutto a grandezza naturale.

Un museo a cielo aperto circonda la sua casa e lì dove inconsciamente espone le sculture una volta terminate. Una compagnia silenziosa, il frutto di una passione che “viene da dentro, non vedo l’ora che iniziando un lavoro possa essere compiuto”. Mario che negli anni ha esposto anche al Teatro Garibaldi e  a Palazzo Riso con Croce Taravella con una mostra a cura di Ninni Arcuri  e ha partecipato nel 2020 al “Luxembourg Art Prize”, non immagina una destinazione finale per le sue opere.

Creo per desiderio, per passione, perché non posso non creare. Quello che accade dopo è solo una conseguenza”. In qualche modo ci rivela ancora una volta una cosa che probabilmente ignoriamo vivendo. Che l’arte è salvifica anche in tempi di grande mutamento e ciò che consideriamo scarto e superfluo, può avere una destinazione più grande.

 

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