Cronaca

L’omicidio di Roberta Siragusa: lei scriveva all’amico “Pietro mi ucciderà”

Emergono verità inquietanti sull’omicidio di Roberta Siragusa, la giovane di 17 anni uccisa a Caccamo nel 2021 dal fidanzato Pietro Morreale. I dettagli sono contenuti all’interno delle motivazioni della condanna all’ergastolo per il fidanzato di Roberta e le scrive Sandra Figliuolo su PalermoToday. La giovane vittima era consapevole che sarebbe stata uccisa se avesse lasciato Pietro. E 4 giorni prima di morire scriveva ad un amico a proposito di quello era il suo fidanzato, Pietro Morreale: “E’ un bastardo, ho paura, non lo lascerò mai, mi ammazzerà”. Parole che emergono, come detto, dalle motivazioni con cui la seconda sezione della Corte d’Assise, presieduta da Vincenzo Terranova (a latere Mauro Terranova) motiva la condanna all’ergastolo proprio di Morreale, unico imputato per il delitto della giovane. Come ricostruiscono i giudici, la ragazza avrebbe subito diverse violenze da parte del giovane e proprio il 20 gennaio 2021 raccontava: “Voleva ammazzarmi, ha aperto il cofano e ha preso una corda e degli attrezzi e mi veniva contro, mi sento male…”. Aggiungendo che “per farlo calmare gli ho dovuto dire che lo amo, che non lo lascerò mai, mi sono sentita morire… E’ un bastardo, ho paura, non lo lascerò mai, mi ammazzerà…”.

Si legge nell’articolo di PalermoToday: “L’amico dal canto suo avrebbe cercato di farle capire che quella situazione era pericolosa, ma nonostante tutto la vittima ripeteva, evidentemente terrorizzata: “Mi ammazza, me lo sento, mi ha messo la corda al collo, stava per stringere, mi sono fatta male anche alla dita per toglierla…”. La soluzione più semplice sarebbe stata quella di lasciare Morreale, ma per Roberta Siragusa sarebbe stata impraticabile: “Se lo lascio non posso fare neanche più una passeggiata da sola, mi ammazzerà… Se devo lasciarlo devo farlo davanti ai miei, perché se lo faccio quando siamo soli mi ammazza davvero…”. Ed è proprio quello che, secondo i giudici, Morreale avrebbe effettivamente fatto qualche giorno dopo”.
Non era la proima volta che Roberta Siragusa si confidava con l’amico. Almeno una trentina di volte in un anno ci sono messaggi – scrive la Corte d’Assise nelle motivazioni della sentenza – in cui Roberta racconta di violenze subite all’amico e spesso avrebbe inviato anche delle fotografie per documentare le lesioni patite: “Il 5 agosto 2020 aveva mandato un occhio nero, il 27 settembre successivo faceva vedere segni sul corpo, il 3 ottobre raccontava di essere stata afferrata per il collo e picchiata e aveva mandato altre foto, l’11 ottobre altre foto con segni sul corpo”.

Nel processo la famiglia si è costituita parte civile con l’assistenza degli avvocati Giovanni Castronovo, Maria La Verde, Sergio Burgio, Giuseppe Canzone. Parte civile anche il Comune di Caccamo, difeso dall’avvocato Maria Beatrice Scimeca, e alcune associazioni contro la violenza di genere.

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