La gestione della solitudine per mezzo dei giochi solitari

Redazione

Italia - Curiosità

La gestione della solitudine per mezzo dei giochi solitari
In un mondo iper-connesso, il gioco individuale si rivela una forma di meditazione attiva per trasformare il silenzio in uno spazio di rigenerazione personale

12 Gennaio 2026 - 12:18

C’è una sottile differenza tra l’essere soli e il sentirsi soli. Mentre la seconda condizione porta con sé un senso di straniamento, la prima può trasformarsi in uno spazio di profonda rigenerazione. In un’epoca che ci vuole costantemente iper-connessi, abbiamo quasi dimenticato come si faccia a stare in compagnia di noi stessi senza l’intermediazione di uno schermo o di una notifica. Eppure, esiste una pratica antica, quasi rituale, che per generazioni ha aiutato l’essere umano a misurarsi con il silenzio: il gioco solitario.

Parlare di solitari, a partire dai classici mazzi di carte regionali che hanno abitato i tavoli delle nostre cucine per decenni, non significa evocare malinconia. Al contrario, significa celebrare un esercizio di pazienza e strategia. Che si tratti di un “Napoleone” o di una “Piramide”, disporre il solitario, carte messe sul tavolo, è un gesto che mette ordine nei propri pensieri. È un dialogo muto tra noi e il caso che distribuisce le carte mentre la nostra mente decide come giocarle.

Il gioco solitario agisce come una forma di meditazione attiva. Mentre le mani si muovono seguendo regole precise, la mente si libera dal peso delle preoccupazioni quotidiane. Non c’è l’ansia della competizione, non c’è il giudizio di un avversario; c’è solo il confronto con se stessi e con l’imprevedibilità del caso. In questo spazio protetto, la solitudine smette di essere un peso e diventa una scelta. Impariamo che possiamo bastare a noi stessi per intrattenerci, per riflettere e per esercitare la logica.

Oggi questa pratica si è evoluta, abbracciando il mondo digitale o le moderne sfide logiche, ma l’essenza resta immutata. Giocare da soli significa concedersi il lusso del tempo lento. È un modo per “fare amicizia” con quel silenzio che spesso ci spaventa. Chi sa stare da solo davanti a un mazzo di carte o a un rompicapo impara a gestire l’attesa, a tollerare la frustrazione di una partita che non “chiude” e a godere della piccola, intima soddisfazione di una vittoria ottenuta solo per merito proprio.

Naturalmente non esistono solo solitari da fare con carte di gioco, un esempio in questo senso è il cosiddetto Solitario della Bastiglia, un gioco di logica pura che si pratica su una tavola forata, solitamente in legno, utilizzando biglie o pioli. A differenza dei giochi di carte, qui non esiste l’elemento della fortuna: la sfida è interamente basata sulla strategia e sulla capacità di prevedere le mosse.

Il meccanismo è simile a quello della dama, dove ogni pedina deve saltare quella adiacente per finire in uno spazio vuoto, portando alla rimozione della pedina scavalcata. Partendo da una configurazione quasi completa, l’obiettivo finale è quello di eliminare progressivamente tutti i pezzi fino a farne rimanere soltanto uno, idealmente posizionato al centro della tavola. Foto di Maria Cortes su Unsplash

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