A Cefalù, per il secondo anno consecutivo, al teatro Cicero ci sarà la rassegna teatrale “Marea – Moto continuo” (leggi questo articolo). Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Santi Cicardo.
Marea torna per la sua seconda edizione con il sottotitolo “moto continuo”. Da dove nasce questa scelta?
“Il sottotitolo è una vera e propria dichiarazione di metodo. “Moto continuo” è il modo in cui penso il teatro, un movimento incessante tra palco e platea, tra chi agisce e chi guarda, tra chi propone e chi ascolta. Dopo una prima edizione volutamente esplorativa, sentivo la necessità di restituire ciò che avevo raccolto dal pubblico alla fine della stagione precedente assensi, emozioni profonde, ma anche critiche e molti suggerimenti. Tutto questo fa parte del processo di scelta artistico. La marea del resto non avanza senza mai ritirarsi, piuttosto torna indietro, raccoglie, rimescola e poi riparte”.
Cosa significa, allora, essere direttore artistico?
“Significa assumersi la responsabilità non solo artistica, ma civile delle scelte che si fanno. Dirigere una rassegna vuol dire non tradire la fiducia di chi ti affida un progetto e, allo stesso tempo, non deludere il pubblico, soprattutto quando si tratta di un pubblico come quello di Cefalù, che nel teatro cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento. È un lavoro di equilibrio continuo: mettere in dialogo il proprio sguardo sul mondo con quello della comunità teatrale in cui si opera”.
In questo senso, com’è il rapporto con l’amministrazione comunale di Cefalù?
“È centrale e, cosa non scontata, profondamente condiviso. Con il sindaco Daniele Tumminello, con l’assessore al Turismo Rosario Lapunzina e con l’assessore alla Cultura Antonio Franco c’è un’idea comune: il teatro come spazio vivo di relazione culturale e civile. Non un ornamento da esibire, ma un dispositivo culturale capace di produrre senso, confronto, comunità. Questa visione condivisa ha reso possibile una rassegna che non cerca scorciatoie, ma lavora sulla profondità”.
Il cartellone attraversa temi molto diversi. Qual è il filo che tiene insieme i sei spettacoli?
“Il filo è l’idea di un teatro contemporaneo ingaggiato. Un teatro che non teme la complessità e che utilizza linguaggi diversi per esprimerla; talvolta attraverso la denuncia, talvolta portando alla luce gangli critici che interpellano direttamente lo spettatore. Ogni spettacolo di questa stagione segue una traiettoria propria, ma tutti pongono la stessa domanda: che cosa significa oggi essere ancora una comunità democratica? E quale ruolo può avere il teatro nel rendere visibili le fratture, le rimozioni, le contraddizioni del nostro tempo?”
Si parte con “Mille rose”, omaggio a Rosa Balistreri. Ci racconta il cartellone?
“Si parte il 6 febbraio con Mille rose, scritto e interpretato da Lucia Sardo, che non ha bisogno di presentazioni. In questo spettacolo Lucia, attraverso la figura di Rosa Balistreri, che non è solo una voce della tradizione musicale siciliana, ma un vero e proprio corpo politico, dà voce a donne dimenticate o spezzate dal destino, fragili e forti allo stesso tempo, che riemergono dall’ombra attraverso il racconto e il canto. Si prosegue il 22 febbraio con Il rasoio di Occam, uno spettacolo che lavora con grande intelligenza sulla relazione tra la grande Storia e le vite minime. Il 15 marzo e la volta de Le mille bolle blu con in scena Filippo Luna, uno degli interpreti più intensi del panorama nazionale. Scritto da Salvatore Rizzo, lo spettacolo racconta di un amore clandestino, omosessuale, nella Sicilia degli anni Sessanta, senza retorica né compiacimento. Il 19 aprile Libero Amleto di Saro Minardi, una riscrittura originale e radicale di uno dei grandi classici di Shakespeare, che restituisce al testo una dimensione corporea, popolare e profondamente contemporanea. Il 26 aprile, con Like Kiribati, ci immergiamo in una delle urgenze più drammatiche del nostro presente: la crisi climatica, affrontata attraverso un linguaggio performativo. Infine, il 10 maggio, la rassegna si chiude con un artista viscerale e popolare come Mario Incudine, protagonista di Archimede. La solitudine di un genio, un ritratto potente di una figura che diventa paradigma del rapporto tra conoscenza, potere e isolamento”.
Lei ha spesso parlato di “attori” e “spett-attori”. Cosa intende?
“Il teatro vive solo se questa relazione è attiva. Non esistono spettatori passivi, ma spett-attori: soggetti pensanti, coinvolti, chiamati a completare l’atto teatrale con il proprio sguardo, la propria esperienza, la propria sensibilità”.
E allora qual è, in fondo, il ruolo del direttore artistico?
“Direi che è quello di un cupido alato: qualcuno che scocca frecce, sperando che tra questi due soggetti della relazione teatrale — attori e spett-attori — possa nascere un’intesa profonda, fatta di ragione e sentimento. Se questo accade, il teatro smette di essere evento e torna a essere esperienza condivisa”.




