Il sospetto è che all’interno della comunità di Gibilmanna venissero somministrate sostanze “a insaputa” degli adepti, per provocare stati di leggerezza e alimentare la sensazione di “veicolare energia”. È la testimonianza di Claudia Lauria, palermitana, che ha trascorso sette anni nel gruppo guidato dal tedesco Mark Koppikar, oggi indagato, in concorso, per il maltrattamento dei bambini trovati a Gibilmanna. La sua storia è stata raccolta da la Repubblica.
Il percorso, racconta, è iniziato gradualmente: prima i ritiri spirituali tra Croazia, isole Eolie e Austria, poi il trasferimento nel castello di Glenborrodale, lasciato nel 2022. “Era una gabbia dorata – spiega – dalla quale è difficile uscire”. Le conseguenze, aggiunge, sono state profonde: “Ancora oggi mi sto riprendendo, tra incubi e l’angoscia per chi è rimasto”. Per un periodo, la donna ha dichiarato di aver avuto paura anche dopo il ritorno a Palermo: “Mi sentivo addosso il suo controllo. Sa dove vivo, è stato qui e credo sia capace di tutto”.
All’interno della comunità, secondo il suo racconto, la vita era scandita da regole rigide: abiti neri salvo diverse indicazioni, acquisti consentiti esclusivamente online e contatti con le famiglie drasticamente limitati. “Il telefono era chiuso a chiave”, racconta, mentre lasciare la struttura era vietato. La sorveglianza, aggiunge, era costante: “Eravamo controllati a vista”. E a ogni forma di dissenso seguiva un meccanismo interno di pressione: “Veniva inviata una cerchia ristretta per analizzare e smontare ogni “no””. Anche le reazioni emotive venivano reinterpretate: “Gli scatti di rabbia erano definiti come manifestazioni dell’ego che si sgretola”.
Uscire dalla comunità non era semplice. “Ho dovuto fingere per due mesi, mostrarmi mansueta e promettere che sarei tornata”. Poi, racconta, si sarebbe svolto un lungo “processo” interno in sua assenza. “Ho bussato alle porte per capire cosa stesse accadendo”. Determinante, riferisce, sarebbe stato l’intervento di uno dei membri più fidati del gruppo, che avrebbe favorito il consenso alla sua uscita. Claudia era arrivata nella comunità insieme al figlio quindicenne, con la promessa che avrebbe frequentato la scuola, promessa che però – sostiene – non sarebbe mai stata mantenuta. Col tempo, racconta ancora, il leader avrebbe cercato di incrinare il rapporto madre-figlio: “Chiedeva a mio figlio di riferirgli tutto ciò che dicevo”. Sarebbe stato proprio il ragazzo, a un certo punto, a spingerla a lasciare il gruppo.
Nel racconto emergono anche dinamiche legate alla seduzione e al controllo: “Molte donne, soprattutto benestanti, sono state sue compagne contemporaneamente”. Relazioni che, secondo la testimone, si interrompevano quando le risorse economiche delle partner si esaurivano. Tra le figure più influenti, una donna inglese descritta come particolarmente libera nei movimenti e vicina al leader. Claudia ricorda anche episodi ritenuti inappropriati, avvenuti in presenza di adulti e bambini.




