C’erano tutti, ieri pomeriggio, raccolti fra i meravigliosi stucchi dell’Oratorio di Santa Cita, per celebrare quel magnifico cesellatore di parole che è il giornalista e scrittore Giuseppe Sottile. L’occasione, del resto, era di quelle da non perdere: la presentazione del suo ultimo libro: Palermo di chitarra e coltello.
C’erano i politici, Gianfranco Miccichè in prima fila e l’Assessore Edmondo Tamajo poco lontano, il sindaco Roberto Lagalla, l’assessore Fabrizio Ferrandelli, diversi altri sindaci e consiglieri comunali. I più attenti hanno notato la presenza perfino del deputato questore Giuseppe Lombardo, appositamente giunto da Catania per non mancare all’appuntamento con la cultura. C’erano i giornalisti: il capo redattore di Repubblica Palermo Emanuele Lauria, il caporedattore de La Sicilia di Catania Mario Barresi e quello di Palermo Accursio Sabella, il giornalista RAI Salvo Toscano, Riccardo Arena del Giornale di Sicilia, il direttore di LiveSicilia Roberto Puglisi e il suo collega Riccardo Lo Verso. C’erano i giudici, fra questi anche l’ex componente del CSM Santi Consolo e c’erano i principi del Foro di Palermo. C’era la “Palermo bene”, riverente al cospetto del direttore del giornale dell’irriverenza (buttanissima.it ndr).
A fare gli onori di casa Patrizia Monterosso, presidente della Fondazione RIV che, insieme all’associazione Retablo organizza la piacevolissima rassegna “Amici del libro”. A dialogare con l’autore, offrendo al pubblico momenti di autentico pàthos c’erano il direttore della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, il giornalista Giuseppe Cerasa, il vicepresidente della Camera Giorgio Mule e, di certo non poteva mancare, il figlio dell’autore: lo scrittore, giornalista e conduttore televisivo Salvo Sottile.
Ciascuno di loro aveva avuto il privilegio di poter leggere in anteprima quella “Sicilia degli incanti e dei disincanti” (per usare le parole dell’autore) scolpita fra le pagine di “Palermo di chitarra e coltello”. La Sicilia Gangi, di Pedara e di Palermo. La Sicilia di Don Frattallone e del “maestro” Lapunzina, musicista e barbiere. La Sicilia dei muli e dei “vardiddari”, traditi dalla Moto Ape. La Sicilia che si arrangiava. Quella delle orchestrine volanti: “nove canzoni alle spose e sette alle fidanzate”. La Sicilia che si “leccava la sarda” e “si toglieva il pane dalla bocca”. Povertà, dignità e speranza. La Sicilia di Natuzza e delle sue mani “che profumavano di gelsomino”. La Sicilia della Zimmara e di Ballarò, così lontane eppure così disgraziatamente vicine. La Sicilia in mano alla mafia. Quando a Palermo si sparava, ogni santo giorno! Ed ogni santo giorno un giovane giornalista, precipitato in questa guerra da un pizzo di montagna, doveva fare i conti con i doveri della cronaca, mettendo in “stand-by” la pietà per portare sulla scrivania di Vittorio Nisticò (quel dolcissimo cerbero) la storia giusta, la foto giusta. Era la Palermo del “L’Ora”, quel teatro dell’evanescente (per usare un’ultima volta le parole dell’autore) che alle grandi inchieste di mafia mischiava quelle curiose storie minute di una mafia “modesta” (per dirla con Nordio). Ma pur sempre mafia era.





