PALERMO (ITALPRESS) – Il 25 settembre 1979, intorno alle ore 8 del mattino, Cesare Terranova esce dalla propria abitazione, all’angolo tra via Emanuele Rutelli e via Domenico De Amicis, a Palermo, per recarsi in ufficio. Ad attenderlo il maresciallo Lenin Mancuso, da più di venti anni addetto alla sicurezza personale del magistrato. Terranova si mette alla guida della sua Fiat 131, al suo fianco siede Mancuso. Percorsi alcuni metri in retromarcia, l’auto viene avvicinata da alcuni uomini e raggiunta da una trentina di colpi esplosi da diverse armi: sul luogo verranno, infatti, rinvenuti bossoli calibro 38, 357 Magnum e quelli di una carabina 7,62 Winchester. Cesare Terranova muore sul colpo, Lenin Mancuso nel percorso verso l’ospedale. Terranova e Mancuso vengono uccisi nel centro di Palermo, in quello stesso chilometro quadrato in cui cadranno per mano mafiosa anche Piersanti Mattarella, Boris Giuliano, Rocco Chinnici e Ninni Cassarà. Il giudice Terranova ed il maresciallo Mancuso, nel 47esimo anniversario dell’uccisione, saranno ricordati nel capoluogo siciliano.
Alle ore 9.30 una corona d’alloro è stata deposta presso la lapide in via Edmondo de Amicis. A Giovanni Falcone, come ricorda una nota del’ANM – Associazione Nazionale Magistrati, Tommaso Buscetta racconta che Terranova è stato ucciso su mandato di Liggio. Nel 1996, un altro collaboratore di giustizia conferma che Terranova era divenuto un obiettivo per Liggio e i corleonesi fin dal 1975. Liggio dal carcere ne aveva chiesto l’omicidio sia per vendicarsi della sentenza della condanna all’ergastolo subita sia perché Terranova si mostrava – quale componente della Commissione parlamentare antimafia – troppo determinato nel contrasto della criminalità organizzata. Secondo investigatori e giudici, quello di Terranova fu anche un “omicidio preventivo”. Fu ucciso per stroncare la sua carriera e impedirgli di divenire Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo: Ufficio dal quale avrebbe “perseguito con forza la strategia di recidere le trarne tra mafia e politica, obiettivo che contraddistinse sempre il suo operato, sia da magistrato che da politico”.
Nato a Palermo nell’agosto del 1921, si legge sempre nella nota, Cesare Terranova entra in magistratura nel 1946 appena tornato dalla guerra e dalla prigionia. È Pretore a Messina e poi a Rometta. Nel 1958 si trasferisce dal Tribunale di Patti a quello di Palermo, qui avviando i celebri processi di mafia contro Liggio e altri boss mafiosi. Giunge poi a Marsala, dove – quale Procuratore della Repubblica – svolge numerose e difficili indagini. Eletto deputato, diviene componente della Commissione parlamentare antimafia e qui si distingue per impegno, intuito e professionalità, ponendo al servizio delle più alte istituzioni la esperienza accumulata nel corso della carriera di magistrato. Proprio in questi anni alcune sentenze di condanna di pericolosi appartenenti all’organizzazione mafiosa vengono annullate.
Molti mafiosi tornano liberi e alzano il livello di scontro contro lo Stato. Terminato nel 1979 il mandato parlamentare, Terranova decide di tornare “a Palermo per terminare il lavoro cominciato”. Il 10 luglio, il Consiglio Superiore lo nomina Consigliere della Corte di Appello. Tutti sanno che è una scelta “transitoria”. Quando si presenta al lavoro, molti danno per scontato che gli sarà attribuita la direzione dell’Ufficio Istruzione. Prestigio, anzianità e competenza sono dalla sua parte. Ma la mafia non gli darà il tempo di ricoprire il nuovo incarico. Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie.
Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l’accento sulla necessità di “leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni” quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere “santuari inviolabili”: “La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c’è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati”.
– Foto ufficio stampa Polizia di Stato –
(ITALPRESS).




