Cronaca

Mico e Matteo, i destini incrociati dei “sultani” di Cosa nostra

Diventa definitiva la condanna per il boss del mandamento di San Mauro Castelverde Domenico Farinella, il figlio dello storico capo mafia madonita Giuseppe Farinella che da sempre è considerato “il Matteo Messina Denaro” delle Madonie.

All’indomani della sentenza del giudice per l’udienza preliminare Ermelinda Marfia (che, nell’ambito del processo “Alastra” lo condannava a 6 anni di reclusione) i legali di Mico Farinella non hanno presentato ricorso, rendendo di fatto definitiva la pronuncia di ieri della terza sezione penale della Corte di Appello di Palermo.

Altri sei anni di carcere quindi per il boss nato il 22 agosto del 1960, che si aggiungono ai quasi 25 già trascorsi dietro le sbarre prima che, quattro anni fa, venisse scarcerato grazie ad un indulto che gli aveva consentito di non scontare gli ultimi 3 anni di pena rimasti dopo le pesanti condanne subite, tra anni ‘90 e gli anni 2000, nell’ambito dei processi contro la mafia delle Madonie.

Stessa generazione di Matteo Messina Denaro (nato nel 1962), stessa fedele appartenenza all’ala stragista dei Corleonesi e, soprattutto, stesso stile di vita contraddistinto da un lusso sfrenato, tanto da meritare il nomignolo di “sultano delle Madonie”.

Basta chiedere in giro a San Mauro, Cefalù, Gangi che fra gli uomini di mezza età si spalanca la finestra dei ricordi. Si vedeva scorrazzare con la sua Ferrari, rolex al polso e abiti firmati. Dedito alla bella vita, amava concedersi lunghi e lussuosi soggiorni nei migliori alberghi della fascia litoranea che collega le Madonie a Palermo. Poi però, a differenza del “gemello” trapanese, per lui si aprono le porte del carcere, dove trascorrerà quasi la metà della sua vita, fino a quella inattesa scarcerazione dalla casa circondariale di Voghera che lo porterà, qualche mese dopo, a fare rientro nella “sua” San Mauro. (CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ)

Sono i giorni delle festività fra Natale e capodanno del 2020 e già alla prima apparizione nel corso principale del piccolo paesino arroccato sulle Madonie lo riconoscono subito. La voce si diffonde in un attimo in tutto il circondario: “Mico è tornato”. Rimarrà solo pochi giorni, ma è il segno di una presenza che, dà lì a poco, come dimostrerà più tardi proprio l’inchiesta “Alastra”, darà il via ad una “riorganizzazione” delle attività del mandamento che vedono emergere un’altra figura, fino ad allora rimasta in penombra, quella del figlio di Domenico, Giuseppe.

Terza generazione di mafia, stesso nome del nonno che, con il braccio destro Giuseppe Scialabba, titolare di una macelleria all’ingresso di Finale di Pollina, riattiva la macchina del pizzo. Fra i taglieggiati c’è qualcuno che si lamenta, ma è sempre stato così, nulla di cui preoccuparsi. Almeno così sembra! Ma poi cominciano ad arrivare dei no più decisi.

I due Giuseppe vengono intercettati mentre, seduti su una panchina davanti alla macelleria di Finale di Pollina, discutono di come risolvere la faccenda. Il “rampollo” Giuseppe Farinella si occupa di coordinare gli uomini del clan e di tenere costantemente aggiornato il padre. A Giuseppe Scialabba invece viene affidato il compito “operativo”, pugni, testate, bastonate, locali devastati. Fin quando ai carabinieri non arriva la prima denuncia, seguite da altre. Il velo del silenzio è spezzato e oggi, ad appena tre anni di distanza dal “ritorno” di Mico in patria fioccano le condanne. Lo Stato vince ancora.

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