Turismo esperienziale nelle Madonie, Nicolosi: “Non basta avere bei luoghi, bisogna farli vivere”

Redazione

Cronaca - L'intervista

Turismo esperienziale nelle Madonie, Nicolosi: “Non basta avere bei luoghi, bisogna farli vivere”
Giovanni Nicolosi racconta un modello turistico costruito sulle esperienze

10 Agosto 2026 - 11:36

Dalle Gole di Tiberio alla Zipline, dall’Altalena gigante al trekking: Giovanni Nicolosi racconta un modello turistico costruito sulle esperienze, sul rapporto con le comunità locali e sulla possibilità di vivere le Madonie durante tutto l’anno. Un percorso che oggi si intreccia con la necessità di una programmazione unitaria del territorio. Sullo sfondo dell’intervista anche il cambiamento climatico che, con estati sempre più calde, può accrescere l’attrattività delle aree montane, senza però diventare il fulcro della strategia turistica.

Giovanni Nicolosi, si parla sempre più spesso di turismo esperienziale. Per le Madonie è davvero questa la strada da seguire?

“Credo sia una delle strade principali. Le Madonie hanno una ricchezza straordinaria, ma oggi non basta più dire al turista che abbiamo bei paesaggi, montagne, boschi o borghi. Bisogna permettergli di vivere questi luoghi. Il turismo esperienziale parte proprio da qui: non limitarsi a mostrare un territorio, ma costruire occasioni attraverso le quali il visitatore possa entrarci dentro, conoscerlo e portarsi a casa un ricordo legato a ciò che ha fatto e alle persone che ha incontrato”.

Lei lavora da molti anni proprio su questo modello. Come è cambiata la domanda turistica?

“È cambiata parecchio. C’è una fascia sempre più ampia di viaggiatori che cerca natura, attività all’aria aperta, autenticità e contatto con le comunità locali. Noi abbiamo cominciato molti anni fa con le attività naturalistiche e con le Gole di Tiberio, alle quali nel tempo si sono aggiunte altre esperienze. Oggi abbiamo la Zipline Sicilia, l’Altalena gigante, le escursioni, i trekking e tante possibilità di vivere il territorio in maniera diversa. Il punto non è creare semplicemente delle attrazioni, ma utilizzare queste esperienze come porte d’ingresso alle Madonie”.

Cosa significa concretamente?

“Significa che chi arriva per fare un’attività non deve necessariamente limitarsi a quella. Se viene a San Mauro Castelverde per la Zipline o per l’Altalena gigante può scoprire il paese, mangiare in un ristorante, dormire in una struttura ricettiva, acquistare un prodotto locale e magari il giorno successivo visitare un’altra parte delle Madonie. Lo stesso vale per chi viene alle Gole di Tiberio o per fare trekking. L’esperienza deve diventare il punto di partenza per conoscere tutto quello che esiste intorno”.

Quindi il valore economico del turismo esperienziale va oltre il singolo biglietto venduto?

“Certamente. È questo l’aspetto che considero più importante per le aree interne. Un’attività turistica funziona davvero quando riesce a generare un indotto sul territorio. Il nostro obiettivo deve essere fare in modo che la presenza del visitatore produca opportunità anche per chi gestisce un B&B, per un ristoratore, un produttore, un artigiano, una guida e per tutte quelle attività che fanno parte della comunità. Fare impresa nelle aree interne è molto più difficile rispetto alle grandi destinazioni turistiche, quindi bisogna riuscire a costruire una rete”.

Lei ha spesso utilizzato l’espressione “turismo di transumanza”. Cosa intende?

“È il modo con cui da anni descrivo la mia idea di turismo sulle Madonie. Le attività devono seguire le stagioni e il territorio. Le Madonie hanno una caratteristica straordinaria: in uno spazio relativamente ristretto passiamo dal mare alle montagne più alte. In base al periodo dell’anno possiamo quindi spostare le esperienze. Ci sono mesi più adatti alle Gole di Tiberio, periodi nei quali si può fare trekking in quota, l’inverno con la neve e le ciaspolate, la primavera e l’autunno con tantissime altre possibilità. È un turismo che, proprio come la transumanza, si muove seguendo i ritmi della natura”.

Questo significa anche superare l’idea di una stagione turistica concentrata soltanto in estate?

“Assolutamente. Il grande patrimonio delle Madonie è proprio la possibilità di essere vissute durante tutto l’anno. Dobbiamo costruire prodotti differenti per stagioni differenti. Questo consente di destagionalizzare i flussi e, soprattutto, di dare maggiore continuità economica alle attività turistiche. Se vogliamo che il turismo diventi realmente uno strumento di sviluppo delle aree interne non possiamo pensare di lavorare soltanto poche settimane all’anno”.

Turismo lento e turismo adrenalinico sembrerebbero quasi due concetti opposti. Invece nella sua proposta convivono.

“Non sono affatto in contraddizione. Si può attraversare un sentiero lentamente, fermandosi a osservare il paesaggio, oppure provare l’adrenalina di una Zipline o di un’Altalena gigante. Sono esperienze differenti, ma entrambe permettono di entrare in relazione con il territorio. Il filo conduttore deve essere sempre la natura e il rispetto dei luoghi. L’esperienza non deve consumare il territorio, deve contribuire a farlo conoscere e quindi anche a proteggerlo”.

Negli ultimi anni San Mauro Castelverde è diventato quasi un laboratorio di questo modello.

“San Mauro dimostra che anche un piccolo centro delle aree interne può diventare attrattivo se riesce a costruire delle esperienze riconoscibili. Le Gole di Tiberio sono state un primo importante elemento, poi sono arrivati la Zipline e l’Altalena gigante. Queste attività hanno portato persone che probabilmente prima non sarebbero mai arrivate fin qui. La sfida, però, è fare in modo che quel visitatore non venga soltanto per l’attrazione, ma scopra il borgo e tutto il territorio circostante”.

Ed è un modello che può essere esteso al tutte le Madonie?

“Deve esserlo, naturalmente rispettando le caratteristiche di ogni luogo. Non dobbiamo replicare ovunque le stesse cose. Ogni comune deve individuare ciò che lo rende particolare e costruire esperienze attorno a quella specificità. Un territorio può puntare maggiormente sul trekking, un altro sull’enogastronomia, un altro ancora sull’artigianato, sulla cultura, sui borghi o sulle attività outdoor. La forza nasce quando tutte queste proposte vengono collegate e diventano parte di una destinazione unica”.

Quanto è importante, da questo punto di vista, mettere insieme la costa e le aree interne?

“È fondamentale. Le Madonie hanno la fortuna di avere Cefalù e il mare a poca distanza dalla montagna. Non dobbiamo ragionare come se fossero due prodotti turistici separati o addirittura concorrenti. Al contrario, dobbiamo riuscire a portarli dentro la stessa proposta. Chi soggiorna sulla costa può vivere un’esperienza nell’entroterra e chi sceglie le Madonie può raggiungere facilmente il mare. È proprio questa varietà a rendere il territorio competitivo”.

Questo tipo di offerta può funzionare anche sui mercati internazionali?

“Sì, perché è esattamente ciò che una parte importante del turismo internazionale sta cercando: esperienze autentiche, natura, piccoli borghi, attività all’aperto e contatto con il territorio. Alle fiere internazionali ci rendiamo conto che non dobbiamo vendere soltanto una località, ma raccontare cosa il turista può fare una volta arrivato. Le esperienze sono uno strumento molto efficace per far conoscere anche territori che non hanno ancora la notorietà delle grandi destinazioni siciliane”.

In questo scenario entra anche il tema climatico. Estati sempre più calde possono rendere le Madonie maggiormente attrattive?

“È sicuramente un elemento da considerare. Durante i periodi di caldo più intenso la montagna offre condizioni diverse rispetto alle città e alle zone costiere. Le alte Madonie, i boschi e le aree in quota possono rappresentare una possibilità per chi cerca temperature più gradevoli e vuole trascorrere del tempo all’aria aperta. Ma non credo che dobbiamo limitarci a proporre le Madonie semplicemente come un luogo dove trovare fresco”.

Perché?

“Perché il clima può aiutare a portare una persona sul territorio, ma poi dobbiamo essere noi a darle qualcosa da fare. Il vero valore aggiunto rimane l’esperienza. Una famiglia può scegliere di salire sulle Madonie perché in montagna trova temperature migliori, ma poi deve trovare sentieri, attività, servizi, possibilità di mangiare, visitare un borgo o vivere un’esperienza nella natura. È lì che una semplice escursione di qualche ora può trasformarsi in turismo”.

Quindi il clima può diventare un’opportunità, ma non può essere una strategia turistica.

“Esattamente. La strategia deve essere molto più ampia. Dobbiamo costruire un territorio fruibile, organizzato e capace di offrire esperienze durante tutto l’anno. Il clima è una delle caratteristiche delle Madonie, così come lo sono la natura, i paesaggi, i borghi e l’enogastronomia. La differenza la farà la nostra capacità di mettere insieme tutto questo”.

Qual è allora il passaggio decisivo per il futuro?

“Fare sistema. Abbiamo tante esperienze e tante persone che stanno lavorando bene, ma dobbiamo riuscire a collegare maggiormente le singole iniziative. Il turista non conosce i confini amministrativi dei nostri comuni e non gli interessa conoscerli: vuole sapere cosa può fare, dove può dormire, cosa può mangiare e quali luoghi può scoprire. Dobbiamo ragionare sempre più come una destinazione”.

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