“Non siamo contrari al Piano paesaggistico e alla necessità di tutelare il territorio. Siamo preoccupati, però, per alcune criticità che, se non corrette, rischiano di avere conseguenze importanti sulle possibilità di sviluppo delle Madonie”. A intervenire nel dibattito sul nuovo Piano paesaggistico della provincia di Palermo è Alessandro Ficile, amministratore unico di SoSviMa, che pone l’attenzione soprattutto sulle basi conoscitive utilizzate per costruire il nuovo sistema di tutele. Il Piano, adottato dalla Regione Siciliana lo scorso giugno, è infatti destinato a incidere profondamente sulla pianificazione territoriale dei Comuni. Proprio le possibili conseguenze dell’estensione dei diversi livelli di tutela hanno spinto nelle ultime settimane numerosi amministratori del Palermitano a chiedere un confronto con il governo regionale. Un confronto che ha portato all’apertura di un tavolo tecnico tra Regione e territori.
Secondo Ficile, uno dei principali problemi riguarda proprio il punto di partenza dello strumento di pianificazione. “Qualsiasi piano deve poggiare su un quadro conoscitivo puntuale e aggiornato – spiega – Se le informazioni sulle quali vengono costruite le successive valutazioni sono incomplete o non corrispondono più allo stato reale dei luoghi, il rischio è che anche i vincoli e i livelli di tutela che ne derivano risultino non pertinenti”. Tra gli esempi indicati dal presidente di SoSviMa c’è quello relativo alla classificazione delle aree boscate. Secondo Ficile, parte delle informazioni utilizzate deriverebbe da studi ormai datati e da ricognizioni che, in alcuni casi, avrebbero portato a classificare come bosco anche piccole formazioni arbustive. Una circostanza tutt’altro che secondaria perché dalla presenza di un bosco possono derivare ulteriori fasce di rispetto e limitazioni sulle aree circostanti. A complicare ulteriormente il quadro c’è la scala utilizzata nella rappresentazione cartografica. “Il Piano lavora su una scala di 1 a 50 mila – sottolinea Ficile – e questo significa che, se alla base non ci sono elementi conoscitivi estremamente precisi, possono determinarsi situazioni difficili da interpretare nella fase attuativa”.
Le verifiche effettuate sul territorio avrebbero già fatto emergere, secondo Ficile, alcuni casi emblematici. “Abbiamo trovato particelle catastali attraversate da due differenti livelli di tutela. A quel punto – osserva Ficile – cosa deve fare un cittadino o un imprenditore che vuole realizzare un intervento agricolo o un’attività economica? Quale livello deve prendere in considerazione? Sono questioni concrete che rischiano di produrre incertezza”. Il timore è che le prescrizioni più restrittive possano incidere non soltanto sulle nuove edificazioni, ma anche sulle attività economiche esistenti e sulle possibilità di sviluppo delle aree interne. Ficile cita, tra gli esempi, l’area industriale di Tremonzelli, che secondo le verifiche effettuate ricadrebbe nel livello di tutela 2: una classificazione che, sostiene, potrebbe rendere particolarmente complessi anche gli interventi di ampliamento delle attività produttive già insediate.
Un altro punto riguarda la distinzione tra aree urbane e nuclei storici. “Uno dei principi del Piano è evitare nuovo consumo di suolo e privilegiare il recupero dell’esistente – afferma Ficile – ma occorre comprendere come questo principio venga tradotto concretamente. Se l’intero centro abitato viene ricondotto allo stesso livello di tutela, senza una sufficiente differenziazione tra centro storico e altre parti dell’abitato, possono nascere ulteriori difficoltà”. Le preoccupazioni diventano ancora maggiori per i livelli di tutela più elevati. Secondo l’analisi di Ficile, nelle aree sottoposte al livello 3 le possibilità di intervento diventerebbero estremamente limitate, mentre nel livello 2 numerose trasformazioni dovrebbero essere sottoposte a prescrizioni particolarmente stringenti. Una situazione che, a suo giudizio, potrebbe avere conseguenze anche sulle attività agrituristiche, sulle infrastrutture e sulla rete viaria.
La posizione di SoSv.Ma, precisa però Ficile, non è quella di mettere in discussione la necessità di tutelare il patrimonio paesaggistico delle Madonie. “Stiamo cercando di rappresentare queste criticità in uno spirito di piena collaborazione. L’obiettivo è fare in modo che Regione, assessorato e Soprintendenza possano effettuare ulteriori approfondimenti prima che lo strumento produca effetti difficilmente reversibili e che in questo percorso vengano realmente coinvolte le amministrazioni locali”. Il confronto con la Regione è già iniziato. L’8 settembre il presidente Renato Schifani ha incontrato a Palazzo d’Orléans una delegazione di amministratori del palermitano, aprendo alla costituzione di un tavolo tecnico per esaminare le criticità segnalate dai territori. “Nel primo incontro con il presidente Schifani – ricorda Ficile – abbiamo registrato un’apertura. C’è stata la disponibilità a verificare alcuni punti e a ragionare sulla necessità di assicurare contemporaneamente tutela e sviluppo sostenibile”. Per Ficile, infatti, proprio la storia delle Madonie dimostra che tutela ambientale e presenza dell’uomo non devono necessariamente essere considerate in contrapposizione. “Le Madonie sono quelle che conosciamo oggi anche perché cittadini e comunità le hanno mantenute e custodite nei secoli. La tutela è indispensabile, ma uno strumento così importante non può essere semplicemente calato dall’alto: deve confrontarsi con chi vive, amministra e conosce questi territori”.
Un ragionamento che riguarda direttamente anche il Parco delle Madonie. Ficile evidenzia come il Piano paesaggistico intervenga anche sulle aree comprese all’interno del Parco, modificando di fatto un sistema nel quale fino ad oggi l’ente aveva un ruolo centrale nelle valutazioni relative alle trasformazioni del territorio. Secondo il presidente di SoSviMa, il coinvolgimento del Parco nella fase di costruzione dello strumento sarebbe stato insufficiente: “Ci sono stati passaggi negli anni precedenti, ma è mancata quella reale logica di copartecipazione che sarebbe stata necessaria per assumere decisioni destinate ad avere effetti così importanti sulle aree del Parco”. La richiesta, dunque, è di utilizzare il confronto avviato dalla Regione per verificare nel dettaglio cartografie, classificazioni e livelli di tutela, coinvolgendo direttamente Comuni ed enti territoriali.
“Dobbiamo evitare – conclude Ficile – che uno strumento nato giustamente per tutelare il paesaggio finisca per rendere estremamente difficile qualsiasi percorso di sviluppo, dall’urbanizzazione alla viabilità fino alle attività economiche. Tutela e sviluppo sostenibile devono poter convivere. Per riuscirci, però, servono conoscenza puntuale del territorio, confronto e condivisione delle scelte”.




