Cento anni fa l’assedio di Gangi, nel gennaio del 1926 Cesare Mori sconfiggeva i briganti

Michele Ferraro

Cronaca - Una pagina di storia

Cento anni fa l’assedio di Gangi, nel gennaio del 1926 Cesare Mori sconfiggeva i briganti
Dal pranzo di Mussolini con i baroni gangitani nel 1924 al primo maxiprocesso della storia d’Italia celebrato a Termini Imerese dal 1926 al 1928

13 Gennaio 2026 - 14:53

Nel gennaio del 1926, il piccolo centro madonita di Gangi divenne il palcoscenico di una delle più spettacolari e controverse operazioni di polizia della storia italiana. Ma per comprendere davvero l’assedio che avrebbe segnato la fine del brigantaggio organizzato nelle Madonie, bisogna tornare indietro di due anni, a una fotografia apparentemente innocua che ritrae Benito Mussolini seduto a tavola, a pranzo, con tre ministri del suo governo, notabili e baroni locali.

La visita di Mussolini a Gangi (6 maggio 1924)
Il 6 maggio 1924 Benito Mussolini, Presidente del Consiglio, giunse a Gangi durante una visita ufficiale in Sicilia. Proveniva da Sperlinga e venne accolto in contrada San Giaime dai notabili locali, dai baroni, dai rappresentanti dell’aristocrazia e dell’amministrazione comunale. Dai documenti storiografici che abbiamo potuto consultare, risultavano presenti al pranzo, che si tenne in uno dei possedimenti del barone Li Destri, anche tre ministri del Governo Mussolini, Paolo Tahon di Revel (Ministro della marina), Antonino Di Giorgio (Ministro della Guerra) e Gabriello Carnazza (Ministro lavori pubblici). La visita fu organizzata con grande solennità. Gangi contava allora circa 16 mila abitanti ed era uno dei centri simbolo della Sicilia feudale: terra di latifondi, di equilibri antichi, di rapporti opachi tra potere, brigantaggio e controllo sociale. Mussolini pranzò con l’élite locale: la famosa fotografia lo ritrae seduto accanto ai baroni, in un clima di apparente cordialità.

Pochi giorni dopo il Comune di Gangi deliberò il conferimento della cittadinanza onoraria al Duce, con la seguente motivazione estratta dal verbale della delibera Comunale recante data 1 giugno 1924, di cui possiamo pubblicare uno stralcio grazie al lavoro dello storico locale Salvatore Farinella:  «Tenuto presente che il popolo di Gangi, per mezzo dei presidenti di tutte le associazioni locali, ha fatto conoscere essere suo vivo desiderio quello di conferire la cittadinanza onoraria al grande Italiano Sua Eccellenza Benito Mussolini, tenuto presente la concorde spontanea manifestazione di tutto un popolo che vuole con tutti i mezzi manifestare il suo attaccamento a colui che ha voluto e saputo salvare la Patria dal baratro bolscevico ristabilendo l’autorità dello Stato… dispone di conferire la cittadinanza onoraria della Città di Gangi a Sua Eccellenza Benito Mussolini…»

Ma dietro quella accoglienza si celava una realtà che Mussolini comprese immediatamente, una realtà che non solo offendeva il suo ego ma che rappresentava un ostacolo per le sue mire, in una terra in cui il fascismo non era ancora radicato. E, di fatto, in Sicilia lo Stato (e quindi il Governo di Mussolini) non comandava. Comandavano reti di potere locali, protette dalla mafia rurale e dal brigantaggio, strumenti di controllo sociale e politico. Fu proprio in quei giorni che maturò in Mussolini una decisione destinata a cambiare la storia dell’isola. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA FOTO

La foto che ritrae Mussolini a pranzo, a Gangi, accanto al barone Li Destri (alla sua sinistra), a destra il ministro Paolo Tahon di Revel

Mussolini incarica Cesare Mori
Nel 1924 Mussolini incaricò Cesare Mori, funzionario di polizia noto per la sua durezza, di avviare una repressione sistematica contro mafia e brigantaggio. Mori arrivò in Sicilia come Prefetto di Trapani e, nel novembre 1925, fu nominato Prefetto di Palermo con poteri straordinari su tutta l’isola. Nasce così la figura del “Prefetto di ferro”. Mori non doveva soltanto arrestare criminali: doveva spezzare un sistema sociale fondato su protezioni, complicità, omertà e scambi di favori. Ma aveva anche un altro compito, utile a sé stesso e a Mussolini: la propaganda! Per questo, dopo aver studiato per bene il fenomeno del brigantaggio nelle Madonie, scelse di concentrarsi su Gangi che, dopo l’arresto dell’ultimo grande capo dei “masnadieri” di San Mauro Castelverde, Melchiorre Candino (gennaio 1900) era di fatto diventata la “capitale” dei Briganti. A Mori (ed a Mussolini) serviva un’azione simbolica, esemplare, teatrale. Così fu!

Come riporta Arrigo Petacco nel suo celebre “Il Prefetto di ferro” le Madonie venivano descritte come un “pittoresco gruppo montuoso … bello come una Svizzera mediterranea” dove, da più di trent’anni, comandavano i briganti delle bande Dino, Andaloro, Lisuzzu e del patriarca Gaetano Ferrarello.

Gangi, in particolare, era per Cesare Mori “una spugna che assorbiva e rendeva invisibili”. Vero paradiso per i briganti che nei suoi sotterranei trovavano sicuro rifugio. Le abitazioni erano fornite di nascondigli dietro le spesse pareti e sotto i pavimenti. Un paese di gallerie sotterranee, alcune percorribili a cavallo che conducevano a valle del monte Marone o in aperta campagna.

Prima dell’assedio: Nicolò Andaloro e il carabiniere Tralongo
Tra i briganti più temuti c’era Nicolò Andaloro, già arrestato nel 1922 dopo anni di latitanza. Su di lui pesava anche l’accusa dell’omicidio del maresciallo dei Carabinieri Francesco Tralongo, ucciso a Gangi nel dicembre 1919. Andaloro era già in carcere quando Mori progettò l’assedio, ma la sua banda continuava a operare. Il suo nome sarebbe diventato il simbolo del processo che ne seguì. Dopo il suo arresto lo “scettro” passò alla celebre Giuseppa Salvo, detta “la cagnazza”, figura carismatica e spietata, indicata come la prima vera donna-capomafia della storia siciliana. Con lei condividevano un potere pressocché assoluto i figli Giuseppe e Carmelo e soprattutto Nicolò Andaloro, il potente primogenito. Ma accanto agli Andaloro operavano anche altre bande, fra queste potentissima era quella capeggiata dal più anziano, temuto e rispettato dei briganti gangitani, Geatano Ferrarello. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA FOTO

Il brigante Nicolò Andaloro

L’assedio di Gangi: 2 gennaio 1926
Nella notte tra l’1 e il 2 gennaio 1926, circa 800 uomini tra carabinieri, polizia e milizia fascista, sotto il comando del Commissario Francesco Spanò, incaricato da Mori, partirono da più direzioni per circondare Gangi. L’ordine era chiaro: “Stringere il paese come una morsa” per non lasciare alcuna via di fuga. Alle prime luci dell’alba il paese era completamente isolato. Le operazioni iniziarono subito: perquisizioni casa per casa; irruzioni in stalle, magazzini, cantine; rastrellamenti nei rifugi; interrogatori sommari e soprattutto tanti, tanti arresti immediati. Mori ordinò una pressione psicologica sistematica: vennero arrestati familiari dei latitanti, fiancheggiatori, informatori. L’obiettivo era spezzare l’omertà. Il 2 gennaio vengono arrestati i primi sospettati, soprattutto fiancheggiatori e parenti dei briganti. Il 3 gennaio si consegnano i primi latitanti minori, sotto la pressione delle famiglie. Il 4 gennaio vengono individuati rifugi e basi logistiche. Le bande iniziano a dissolversi. Il 5 gennaio, secondo alcune testimonianze del tempo, si arrendono diversi uomini legati alle bande Ferrarello e Andaloro, portando alla cattura dei fratelli Giuseppe e Carmelo Andaloro. Tra il 6-7 gennaio l’operazione era praticamente conclusa e, come riportato in un interessante scritto dello storico locale  Salvatore Farinella, anche Gaetano Ferrarello decide di consegnarsi presso gli uffici dell’allora sindaco Giuseppe Sgadari. Gangi è “bonificata”. Ma mancano ancora l’ultimo tassello di quella mastodontica operazione: Giuseppa Salvo“a Cagnazza”, la madre degli Andaloro. Fu arrestata per ultima, tra il 9 e il 10 gennaio 1926.  Fu costretta a sfilare per le vie del paese per mostrare la capitolazione definitiva del clan davanti alla popolazione. Il suo arresto segnò la fine simbolica e materiale dell’assedio. Non ci furono battaglie: Mori vinse senza sparare. Gli arrestati vennero legati in fila, caricati su carri e camion militari e condotti a Termini Imerese, sede della Corte d’Assise. Per Gangi fu un giorno storico: per la prima volta i briganti uscivano sconfitti e umiliati in pubblico. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE 5 FOTO

Il prefetto Cesare Mori
il Commissario Francesco Spanò
Alcuni briganti
Altri briganti
Il brigante Gaetano Ferrarello

La consegna dei briganti: la prima “trattativa”
Un dato storico fondamentale emerse subito: a favorire le rese furono i baroni e i notabili locali. Gli stessi uomini che per anni avevano beneficiato del sistema brigantesco e mafioso ora consegnavano i briganti allo Stato. Fu, di fatto, una prima forma di “trattativa”: in cambio della salvezza del proprio ruolo sociale, l’élite locale sacrificava le pedine armate. Lo Stato fascista accettò. A questo proposito è particolarmente interessante dal punto di vista storico un carteggio riportato da Christopher J. Duggan nel libro “La mafia durante il fascismo” fra un barone gangitano ed il prefetto Mori nel quale il “nobile” gangitano chiedeva conto della scarcerazione di uno dei capi briganti. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA FOTO

Gangi in festa per la sconfitta dei briganti

Il processo Andaloro + 163
Il processo, noto come “Nicolò Andaloro + 163”, si svolse presso la Corte di Assise di Termini Imerese e si tenne tra il 4 ottobre 1927 e l’11 gennaio 1928. Fu, di fatto, il primo maxiprocesso contro la mafia nella storia d’Italia. Dei 164 imputati solo 37 vennero assolti. La stampa nazionale seguì il processo quotidianamente. I giornali parlarono di “epopea giudiziaria”, di “resa dei conti con la Sicilia criminale”. Anche la stampa internazionale – in Europa e negli Stati Uniti – raccontò il caso, affascinata soprattutto dalla figura del prefetto Mori e di alcuni briganti, in particolare Gaetano Ferrarello e Giuseppa Salvo. L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE FOTO

Il New York Times dedica 2 pagine all’arresto dei briganti
I briganti delle Madonie a processo a Termini Imerese

L’allontanamento di Mori
Mussolini dopo il successo di Mori consacrato dalla stampa internazionale incoraggia il Prefetto di Ferro a «proseguire sino in fondo senza riguardi per alcuno in alto o in basso». Ma nel 1929 Cesare Mori venne improvvisamente richiamato a Roma e collocato a riposo. La sua azione era diventata scomoda. Mori aveva capito che, già allora, la mafia non viveva solo nei boschi, ma anche nei salotti e non solo quelli dei Baroni. Le indagini di Mori si stavano pericolosamente avvicinando a Palermo. Dopo la sua “destituzione”, Cesare Mori nel suo libro “Con la mafia ai ferri corti” raccontò la sua esperienza siciliana, denunciando apertamente l’illusione di una mafia sconfitta per sempre. Scrisse, in sostanza, che la mafia poteva essere repressa, ma non eliminata se non si cambiava la struttura sociale che la generava. Rimane celebre e straordinariamente attuale la sua definizione del fenomeno mafioso: “La mafia è una puttana, che si struscia su chiunque ha il potere”.

Epilogo
Per le Madonie e per Gangi l’assedio resta una pagina unica della storia locale. Di certo fu la fine del brigantaggio madonita e, d’altro canto, l’inizio della stagione repressiva fascista. Il primo maxiprocesso antimafia, ma anche la prima dimostrazione di quei rapporti torbidi fra rappresentati dello stato e ambienti criminali che, in Sicilia, hanno spesso parlato la stessa lingua: quella del potere. In questo senso, a cento anni di distanza, Gangi non è soltanto un luogo: è un simbolo. Il simbolo di un riscatto possibile ma mai compiuto. Esattamente venti anni dopo, il 2 marzo del 1948, nelle stesse terre che furono teatro dell’assedio, si consumò il delitto del sindacalista Epifanio Li Puma, ucciso da due sicari armati dai baroni locali. Il brigantaggio era stato sconfitto, ma la mafia dei latifondi continuava ad uccidere. Nonostante la consapevolezza diffusa nella comunità locale sui responsabili di quel delitto, le indagini furono archiviate e nessun processo si è mai tenuto per l’omicidio di Li Puma.  

N.B. Le foto pubblicate e i documenti consultati per la redazione del presente articolo provengono dall’archivio personale dell’avvocato Santi Virga che la redazione ringrazia per la disponibilità.

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