Cefalù, “caccia” al tesoro di Giovanni Cimino, il ras degli stabilimenti balneari

Redazione

Cronaca

Cefalù, “caccia” al tesoro di Giovanni Cimino, il ras degli stabilimenti balneari

Cefalù, “caccia” al tesoro di Giovanni Cimino, il ras degli stabilimenti balneari
22 Gennaio 2019 - 13:28

All’alba è scattata la caccia al tesoro di Giovanni Cimino, il ras degli stabilimenti balneari di Cefalù, già arrestato e finito ai domiciliari nel maggio del 2016 nell’ambito dell’indagine sulla corruzione per le concessioni dei lidi. Finanzieri del nucleo di polizia economica e finanziaria di Palermo, guidati dal colonnello Cosmo Virgilio, e poliziotti del commissariato di Cefalù, diretti da Manfredi Borsellino, hanno effettuato una serie di perquisizioni su mandato della procura di Termini Imerese che indaga sul tesoro dell’imprenditore turistico. Polizia e Fiamme gialle stanno passando al setaccio immobili e sedi di società che secondo la procura termitana sono riconducibili a Cimino. Gli inquirenti sono a caccia di documenti che confermino l’utilizzo da parte di Cimino di prestanome per occultare parte del suo patrimonio e parte delle sue attività. Cimino risulta infatti indagato per intestazione fittizia di beni.

Quello di oggi è solo l’ultimo guaio giudiziario per il ras dei lidi balneari a Cefalù. Cimino è imputato davanti al tribunale di Termini Imerese per due vicende sempre legate ai lidi balneari di Cefalù. Nel processo per la violazione dei vincoli paesaggistici negli interventi al lido Poseidon il 16 gennaio il pubblico ministero Paolo Napolitano ha chiesto al termine della requisitoria tre anni di reclusione per l’imprenditore. Cimino è anche fra gli imputati nel processo per corruzione denominato “spiagge libere”, l’operazione compiuta dalla polizia tra i comuni di Palermo, Cefalù e Collesano nel maggio del 2016 nel corso della quale sono finiti agli arresti domiciliari oltre a Cimino anche il dirigente Antonio Di Franco dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente, già responsabile del demanio marittimo della provincia di Palermo.

In quell’ordinanza, firmata il 3 maggio dal gip di Termini Imerese su richiesta dell’allora sostituto procuratore Giacomo Brandini (oggi sostituto a Palermo) venne applicata anche la misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Palermo e nel comune di Cefalù al funzionario dello stesso assessorato Salvatore Labruzzo e all’allora presidente dell’associazione operatori Balneari di Cefalù Bartolomeo Vitale. L’accusa è di corruzione propria aggravata: avrebbero consolidato, infatti, un sistema corruttivo per il controllo e la gestione di uno dei tratti più belli e suggestivi della costa siciliana in cambio di favori e prebende. Anche questo processo è alle battute finali davanti ai giudici di Termini Imerese.

Fonte, Repubblica.it

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